Descrizione
Quota iniziale : 374 m
Quota finale: 454 m
Dislivello: 257 m comprese le perdite di quota
Distanza totale A/R: 10,00 km
Tempo: 3:00 h a passo lento escluse le soste
Facile giro pomeridiano ad anello, adatto a tutti, sulla Serra Biellese a due passi dal lago di Viverone. È una passeggiata perfetta anche per le famiglie con bambini: il percorso può infatti essere facilmente accorciato in diversi punti per adattarlo alle energie dei più piccoli.
L’itinerario attraversa un territorio ricco di storia, archeologia e leggende popolari, elementi che rendono questa escursione particolarmente affascinante.
Partiamo lasciando l’auto nel parcheggio di Piazza Mandelli, ai piedi del suggestivo Ricetto di Viverone. Da qui imbocchiamo via Frate Lebole seguendo le indicazioni per la panchina gigante, che raggiungiamo in circa cinque minuti, circondati dalle prime fioriture primaverili.
Ritornati sulla strada sterrata, proseguiamo tra i vigneti per altri cinque minuti fino a un bivio. Qui possiamo lasciare la poderale ed entrare nel bosco sulla destra. Questa deviazione consente di accorciare leggermente il percorso verso la nostra prossima tappa, ma il sentiero non sempre è evidente e può essere invaso dalla vegetazione. Con bambini piccoli conviene quindi proseguire dritti sulla strada bianca: è un po’ più lunga ma decisamente più comoda.
Scegliamo il sentiero nel bosco, tra splendide fioriture primaverili e qualche tratto di sano “ravanage”, saliamo la collina fino ad affacciarci alla Cava di Pùrcarel. Si tratta di una curiosa depressione naturale di forma circolare, larga circa 60 metri, che nei periodi piovosi si trasforma in uno stagno alimentato dall’acqua piovana.
Questo luogo è di grande interesse archeologico: secondo gli studiosi è stato un presidio palafitticolo preistorico. Sul bordo della conca si distinguono ancora dodici ammassi di pietre sui quali, probabilmente, poggiavano capanne. Gli scavi hanno riportato alla luce materiali ceramici appartenenti a due epoche diverse: il Neolitico (3500 a.C.) e la tarda Età del Bronzo (1500 a.C.).
Intorno alla Cava di Pùrcarel non mancano però anche ipotesi più fantasiose: qualcuno ha immaginato che fosse una sorta di calendario solare monumentale, tanto da essere soprannominata la “Stonehenge del Piemonte”. Altri parlano di antichi tumuli funerari o di un luogo destinato a sacrifici rituali.
Dopo aver aggirato l’intera conca, sul lato nord ritroviamo la sterrata abbandonata in precedenza. Svoltiamo a destra e seguiamo il sentiero S25c verso est, che in pochi minuti ci riporta sul percorso principale. Qui giriamo a sinistra e raggiungiamo presto il Lago di Bertignano.
Questo piccolo lago è di origine glaciale e si è formato con il ritiro dell’antico ghiacciaio Balteo. Dal fondo delle sue acque sono state recuperate due piroghe monossili risalenti al 250 d.C. e addirittura al 1450 a.C., oggi conservate presso il Museo di Antichità di Torino. Nel lago emergono ancora le strutture di sollevamento delle paratie della vecchia centrale idroelettrica, oggi dismessa.
Una curiosità: il lago è attraversato da una finta linea dell’alta tensione, completamente scollegata dalla rete e utilizzata solo per l’addestramento del personale tecnico. I cavi, infatti, arrivano ai tralicci… e lì si fermano.
Arrivati al lago svoltiamo a sinistra, ignorando i cartelli che ci riporterebbero indietro, per la nostra prossima meta la cima del Monte Orsetto. Proseguiamo invece su asfalto verso una cascina sulla collina e, poco prima del cancello, imbocchiamo sulla sinistra lo sterrato indicato come sentiero S25.
Ignorando le deviazioni laterali arriviamo a un incrocio con indicazioni per Pian dei Morti a sinistra e Peverano a destra; noi proseguiamo invece dritto fino a un nuovo bivio che indica sulla sinistra il Monte Orsetto. La salita è breve e in pochi minuti raggiungiamo l’affascinante vetta.
Qui troviamo un grande masso erratico e i resti di un antico castelliere: un recinto di massi disposto lungo le pendici, testimonianza di antichi insediamenti dell’Età del Ferro. Probabilmente il sito fu utilizzato come avamposto celtico, forse dal popolo dei Vittimuli, e in epoca successiva le difese del monte potrebbero essere state inglobate dai Longobardi nel sistema delle Chiuse.
Scendiamo quindi dal monte e torniamo all’ultimo incrocio, dove svoltiamo a sinistra. Percorriamo un’antica via tra muretti a secco e suggestive radure fino ai resti della Chiesa di Sant’Elisabet. La chiesa fu costruita tra il 1599 e il 1638; le ultime spese di manutenzione documentate risalgono al 1931, dopodiché iniziò il lento abbandono che ha portato alla rovina dell’edificio. Oggi restano soltanto i tre muri maestri, immersi nel silenzio della vegetazione.
Proseguiamo verso sinistra fino a una casa isolata, dove seguiamo le indicazioni per il Roc d’la Regina. In pochi minuti raggiungiamo questo grande masso erratico nel quale è scavata un’ampia e profonda cavità. La tradizione locale racconta che fosse la tomba di una regina dell’età barbarica. In realtà non sono mai stati trovati resti umani né oggetti funerari, e neppure la lastra di chiusura della presunta tomba.
Sulla sommità del masso sono presenti diverse coppelle scavate nella roccia: secondo la leggenda, sarebbero gli incavi dove la “Regina” appoggiava i suoi strumenti da cucito. Sempre secondo la tradizione popolare, l’acqua piovana raccolta in queste piccole cavità avrebbe persino proprietà curative.
Dopo la visita torniamo sui nostri passi fino alla casa isolata e proseguiamo dritto nel bosco per circa 300 metri fino a un incrocio. Qui seguiamo una freccia rossa dipinta su un sasso e svoltiamo a sinistra ignorando i cartelli. Poco dopo lasciamo il sentiero principale per imboccare, sulla destra, una traccia non segnalata che sale tra le primule. Il sentiero non è sempre evidente, ma presto compare la nostra nuova meta: la Torre di San Lorenzo (o Torre di Montaldo).
L’edificio attuale è un rifacimento settecentesco di un’antica torre medievale di avvistamento, ma le sue origini potrebbero risalire addirittura al sistema difensivo delle Chiuse longobarde.
Dopo la visita torniamo all’incrocio con la freccia rossa e questa volta proseguiamo a sinistra sul suggestivo sentiero S59a, affiancato da antichi terrazzamenti. Dopo circa 450 metri troviamo una deviazione sulla destra segnalata solo da un piccolo ometto di pietre. Lasciamo il sentiero principale e scendiamo nel bosco fiorito verso la strada bianca che costeggia il lago Bosi.
Raggiunta la strada — dopo un breve tratto un po’ avventuroso — la seguiamo verso destra costeggiando il lago, che si trova all’interno di una proprietà privata. Superiamo un cascinale con diversi animali, tra cui anche un simpatico alpaca, e poco dopo lasciamo la strada principale che conduce a Salomone per rientrare nel bosco lungo l’antica via per San Vitale.
Raggiunta la chiesa omonima, svoltiamo a sinistra, superiamo un piccolo laghetto e poco oltre abbandoniamo l’asfalto per imboccare sulla destra il largo sentiero S25a, che attraversa i vigneti.
Restando sempre sul tracciato principale, dopo circa 700 metri prendiamo una deviazione a sinistra per raggiungere l’ultima meta della giornata: il Belvedere di Bertignano. Qui la famiglia Pozzo ha realizzato, su terreno privato ma visitabile, un originale anfiteatro all’aperto chiamato Anfiteatro Pozzo. Accanto si trova anche un originale distributore artigianale per la vendita di uova.
Ormai il pomeriggio volge al termine: torniamo sulla strada principale passando accanto ad un curioso palo metallico per l’illuminazione, attraversiamo il piccolo abitato di Bertignano e rientriamo verso il parco giochi ai piedi del Ricetto di Viverone, dove avevamo lasciato l’auto, concludendo questo bellissimo anello tra natura, storia e leggende.























































